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MA FINO A QUANDO?

Le conseguenze derivanti dal
processo di globalizzazione dei mercati

Vista con gli occhi delle imprese, la globalizzazione determina una chiara ed evidente economia sui costi di produzione, derivanti da una rinnovata aggressività dal lato dell’offerta di lavoro. Cerchiamo di spiegarci meglio. Fintanto che le imprese produttrici di beni e servizi dovevano strutturare il proprio organico facendo riferimento esclusivamente o, almeno, prevalentemente al personale “domestico”, l’incidenza del ruolo sindacale era inevitabile, con buona pace degli imprenditori e altrettanta forza da parte dei lavoratori. L’aver, però, consentito che la produzione potesse essere dislocata in aree diverse da quelle interne, determinando una riduzione dei costi del lavoro, ha implicato, da una parte, la possibilità di costruire impianti al di fuori dai confini nazionali, con i relativi costi di avvio di nuove sedi delocalizzate, ma, dall’altra parte, ha consentito un doppio intervento sul costo del lavoro: ha consentito una riduzione secca del costo del lavoro (proprio perché la scelta dell’esternalizzazione internazionale delle aree di produzione o di magazzinaggio è stata effettuata verso realtà con un più basso costo del lavoro) e ha dato all’imprenditore la possibilità di avviare una sorta di asta al ribasso sul costo del lavoro interno (ora mi costi x, da domani ti pago il 20% in meno, altrimenti andrai a lavorare in Romania – è solo un esempio, potrebbe essere qualunque altro paese con costi o fiscalità inferiore alle nostre – dove ho appena spostato la fabbrica o il magazzino o gli uffici). Col tempo e la diffusione della delocalizzazione e della globalizzazione è stata eliminata la certezza del “posto fisso” e il lavoro a tempo determinato o forme similari hanno avviato un processo di precarizzazione della vita (non solo lavorativa) dei lavoratori.

La mancata regolamentazione della delocalizzazione ha portato a un impoverimento, nel nostro Paese, di mano d’opera qualificata che ha dovuto accettare condizioni capestro per poter lavorare; ha portato vantaggi all’imprenditore e non certo ai lavoratori.

Per rendere meno filosofico e più concreto questo ragionamento analizziamo un tipico caso-studio di cronaca. Prendiamo Amazon. È una magnifica società che ha saputo crescere nella qualità del servizio negli ultimi anni, riducendo anche i costi per il cliente (posso comperare di tutto, a prezzi più bassi e me lo consegnano a casa). Nessuna critica all’idea e alla sua realizzazione. Qualche riflessione sugli effetti economici, però è possibile farla. Amazon è una azienda statunitense di commercio elettronico, con sede a Seattle (stato di Washington), nata il 5 luglio 1994 ed operativa dal luglio 1995. Il primo bilancio attivo fu nel 2003, dopo aver superato con fatica, ma con successo la profonda crisi generata dalla bolla delle dot-com di fine millennio. Da allora ha presentato un bilancio sempre in attivo, con profitti netti di 35 milioni di dollari nel 2003, 588 milioni nel 2004 e 359 milioni nel 2005. I ricavi continuarono a crescere grazie alla diversificazione dell’offerta e la presenza su un mercato internazionale con 3,9 miliardi di dollari nel 2002, 5,3 nel 2003, 6,9 nel 2004 e 8,5 nel 2005. Fermiamo qui l’analisi storica di Amazon per concentrarci con quanto è avvenuto nel 2020, l’anno orribile della pandemia da Covid-19.

Attualmente Amazon ha 25 centri di smistamento e magazzini negli USA, 3 in Canada, 5 in Francia, 2 nel Galles, 8 in Germania, 5 in Inghilterra, 20 in Italia, 1 nei Paesi Bassi, 2 in Scozia, 1 in Slovacchia, 2 in Spagna, 12 in Cina, 8 in Giappone e 7 in India: un vero colosso con una struttura per lo smistamento dei prodotti adeguata all’importanza del suo core business.

Riteniamo che la fornitura di queste informazioni, del resto facilmente reperibili in internet da tutti coloro che intendessero approfondire il tema, sia necessaria per inquadrare l’argomento della disuguaglianza e lo sfruttamento di una posizione dominante.

Il 2020 è stato un anno molto difficile anche dal punto di vista economico. La ripresa che si è verificata già a partire dalla primavera 2020 non è stata, però, uniforme: i ricchi sono diventati sproporzionatamente più ricchi, allargando le tendenze già preoccupanti della disuguaglianza di ricchezza.

Negli USA ci sono stati 50 nuovi miliardari emersi durante la pandemia del Covid-19 e, fra questi, Jeff Bezos, il maggiore azionista di Amazon, ha visto il proprio patrimonio crescere del 67%, arrivando a 189 miliardi di dollari.

La notizia, però, non riguarda la crescita di valore della società, la cui quotazione di borsa è passata da $ 1.847,84 del 31.12.2019 a $ 3.256,93 del 31.12.2020, con un incremento del 76,3%, bensì la distribuzione dei profitti dello scorso anno che sono ammontati a 21,3 miliardi di dollari, +84% rispetto agli utili 2019. L’EPS (vale a dire l’utile per azione) diluiti, esclusi i componenti straordinari arriva al suo massimo storico di 41,83 dollari per azione, anche qui in crescita del 82% rispetto al 2019.

Domanda: se Jeff Bezos ha incrementato il proprio patrimonio di oltre 100 miliardi di dollari in un anno difficile come il 2020, quale è stato l’incremento di reddito ottenuto dagli oltre 1.200.000 dipendenti della sua società nello stesso anno? Non abbiamo risposte, ma abbiamo la certezza che la struttura societaria tende a far fruttare appieno il proprio capitale umano, utilizzando tutte le leve in suo possesso, al punto che gli stessi stanno rifiutando una collaborazione sindacale, che potrebbe essere utile in queste fasi. Sull’argomento basti pensare alla notizia della bocciatura del referendum riguardante il tesseramento sindacale dei dipendenti avvenuto nello stabilimento di Bessemer in Alabama, che ha fatto seguito a risultati similari succedutisi in altri stabilimenti Amazon. È vero che i dipendenti statunitensi di Amazon percepiscono stipendi doppi rispetto ai minimi sindacali, ma non è dato sapere quale sia la pressione che hanno subìto nelle loro rispettive aree di competenza anche a seguito della concorrenza esistente da parte di coloro che vorrebbero lavorare presso Amazon, accontentandosi di un livello retributivo più basso, lasciando in mano al datore di lavoro un potere contrattuale molto elevato.

La sintesi di tutto questo è molto semplice: in un anno difficile la società Amazon ha raccolto quanto ha seminato negli anni precedenti, mantenendo un trend di qualità ed efficienza di assoluto valore. Nulla sappiamo, però, sul grado di soddisfacimento del personale che lavora per Amazon, ma molto è dato sapere sui benefici reddituali e, soprattutto, patrimoniali del suo principale azionista.

Abbiamo appena visto che gli utili che Amazon ha realizzato nel 2020 ammontavano a 21,3 miliardi di dollari, e sappiamo che Amazon non paga imposte!! E come lei ci sono altre grandi aziende americane. Quest’anno Joe Biden ha annunciato la sua Global Minimum Tax indirizzata, anche se non direttamente, verso le big quali Amazon, appunto, ma anche Apple, Facebook, Google e le altre grandi della tecnologia. Il progetto è che le grandi multinazionali paghino imposte calcolate sul fatturato di ogni paese, con un’aliquota minima del 21%. L’obiettivo sembra chiaro: bloccare il dumping fiscale tipico dei paradisi fiscali (attenzione, perché anche all’interno della UE ci sono due paesi, l’Olanda e l’Irlanda, che applicano una fiscalità molto aggressiva).

Dice un mio amico: “bisognerebbe erigere un monumento a Jeff Bezos per la genialità delle sue idee”. Noi rispondiamo: Forse! La positività della valutazione non si può arrestare alla qualità dei servizi e al contenimento dei costi, ma deve considerare anche come e quanto Bezos sia riuscito a distribuire i benefici economici conseguiti agli altri attori della sua commedia e quali siano state le forzature che alcuni hanno dovuto subire per consentire il raggiungimento dell’obiettivo.

Morale della favola: la rinascita e il consolidamento delle posizioni dominanti, guidate esclusivamente dalla massimizzazione degli utili e dalla sempre più alta remunerazione del capitale non può essere considerata come portatrice di valore assoluto, bensì solo come procacciatrice di utili individuali o di singoli gruppi di potere. L’allargamento delle dimensioni aziendali e della sua delocalizzazione facilita indubbiamente il raggiungimento di più elevati livelli di guadagno, ma, salvo rarissime eccezioni, tende ad accentuare l’incremento della disuguaglianza (tra capitale e lavoro, ma anche tra lavoro e lavoro), sfruttandone le spinte concorrenziale a proprio vantaggio, anche per la progressiva riduzione, se non addirittura cancellazione, delle forme di salvaguardia delle componenti più deboli della produzione e della creazione di valore.